RICOMINCIAMO SUBITO! Che sia una Pasqua per un futuro dipinto d’Azzurro e di Bianconero!

RICOMINCIAMO SUBITO! Che sia una Pasqua per un futuro dipinto d’Azzurro e di Bianconero!TUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 11:57Editoriale
di Roberto De Frede
Allora sia Pasqua piena per voi che fabbricate passaggi dove ci sono muri e sbarramenti, per voi apertori di brecce, saltatori di ostacoli, corrieri a ogni costo, atleti della parola pace. (Erri De Luca)

Se la Juventus è ancora in un limbo, dove le anime non hanno peccato gravemente, ma che non hanno nemmeno avuto l'ardire di compiere il bene supremo, la Nazionale Italiana, dopo la disfatta contro la Bosnia, sembra essere sprofondata nella Terra Desolata di T.S. Eliot: «Aprile è il più crudele di tutti i mesi. Genera / lillà dalla terra morta, mescola / memoria e desiderio, desta / radici sopite con pioggia di primavera». Per gli Azzurri, la sconfitta rappresenta esattamente questo: l'illusione di una rinascita che si scontra con una sterilità tecnica e caratteriale desolante. Non è solo un risultato sportivo negativo, bensì l'incapacità di generare vita (gol, idee, sogni) da un terreno che appare ormai inaridito.

Vedere l'Italia oggi è come assistere al capolavoro di Samuel Beckett. I tifosi aspettano il grande campione o il gioco corale che risolva tutto, ma Godot non arriva mai. Si resta lì, fermi a bordocampo, a discutere di tattica mentre il treno della storia (e della qualificazione) passa oltre. Per la Nazionale, la lezione pasquale è chiara: non esiste rinascita senza il coraggio di morire a se stessi. Finché l'Italia si sentirà nobile decaduta invece di umile operaia della ricostruzione, la Pasqua resterà solo un giro sul calendario e non un cambio di stato. L'audacia è l'elemento chimico che trasforma il piombo della mediocrità nell'oro della vittoria. Senza di essa, restiamo tutti spettatori di un rito che ha perso il suo Dio. Che finalmente il cambiamento della presidenza sia un ritorno ad un solare campo di grano, senza passaggio di cavallette con presenze che farebbero soltanto il bene di pochi, e non dell’intero sistema Azzurro.

Il calcio, per chi lo vive con viscerale trasporto, non è mai soltanto un esercizio atletico, ma una liturgia laica che segue i ritmi delle stagioni e talvolta quelli dello spirito. Per il popolo bianconero, gli ultimi anni hanno rappresentato una sorta di lungo Sabato Santo: un tempo di attesa sospesa, di silenzio, di riflessione forzata tra le macerie di un’egemonia passata e l’incertezza del domani. Oggi, la speranza di rivedere una Juventus rinnovata non è solo un auspicio sportivo, ma un desiderio di Resurrezione che trova nel simbolismo della Pasqua il suo parallelo più alto e suggestivo.

Ogni rinascita presuppone un declino, un passaggio attraverso l'oscurità. La Juventus ha vissuto il suo calvario nell’ultimo quinquennio fatto di sentenze, ricostruzioni faticose e negative, giocatori mediocri, per non parlare dei mister succedutisi, e di una ricerca d'identità che sembrava smarrita. Come nella narrazione pasquale la Passione rappresenta il momento del massimo sacrificio, così i tifosi hanno dovuto accettare la spoliazione dei vecchi trionfi per preparare il terreno a qualcosa di nuovo. In letteratura, questo concetto di morte propedeutica alla vita è centrale. Pensiamo a Dante, che per poter uscire a riveder le stelle dovette prima attraversare l'inferno più cupo. Ci si augura che la Juventus in questo 2026 abbia completato il suo Purgatorio, pronta a risalire verso quella beatitudine sportiva che le appartiene per storia e blasone.

La Pasqua di Resurrezione non è il semplice ritorno al passato, ma una trasfigurazione. Una Juventus rinnovata non deve limitarsi a vincere di nuovo, ma deve farlo con una luce diversa. Nel suo capolavoro Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa scriveva: «Se vogliamo che tutto rimanga come com'è, bisogna che tutto cambi». Per la Juventus, la rinascita significa proprio questo: cambiare profondamente nelle idee, negli uomini e nello stile di gioco per tornare a essere quell'entità dominante che non si accontenta del risultato, ma lo impone come una legge naturale. Il parallelismo con la simbologia pasquale dell'uovo, che racchiude una vita nuova pronta a spezzare il guscio della consuetudine, è calzante: la società ha covato (si spera!) nuovi talenti (li invochiamo!) e nuove strategie (ah quei dirigenti d’un tempo!) che ora sono pronti a manifestarsi. La juventinità è stata spesso raccontata da penne illustri che hanno compreso come questa squadra sia un eterno ritorno. Mario Soldati, torinese e juventino nell'anima, descriveva il tifo bianconero come un esercizio di aristocratica fermezza: la Juventus non muore mai davvero, - scriveva -  si assenta, si rinnova e torna, come un ciclo stagionale ineluttabile.

La Pasqua ci insegna che la fede è premiata dalla visione. Per il tifoso, il motto Fino alla Fine assume oggi un valore quasi escatologico: è la promessa che dopo ogni caduta esiste un terzo giorno in cui la pietra viene rotolata via dal sepolcro delle sconfitte. Vedere una Juventus che torna a vincere con una rosa fresca, un progetto tecnico solido e la consueta ferocia agonistica sarebbe il compimento di questo rito di primavera. Come scriveva Cesare Pavese, pur con la sua malinconia piemontese, l'unica gioia al mondo è cominciare. E per la Juventus, questo 2026 deve segnare l'inizio di una nuova era, una primavera bianconera che, dopo il lungo inverno, promette di tornare a fiorire nei campi d'Italia e perché no, anche d'Europa.

In questo giorno particolare, sotto l’egida di quel vessillo che non conosce tramonto, ove il candore della neve sposa l’ebano della notte, s’elevi un augurio di rinascita e gloria. ​Possa la Pasqua rinvigorire la tempra di chi, con aristocratica fermezza, onora la Vecchia Signora; affinché il cammino verso la vittoria sia, oggi come sempre, lastricato di fede incrollabile e di quell'orgoglio che non sbiadisce mai. ​Che la sorpresa più lieta torni ad essere quella certezza di un destino che ci vuole, per natura, vincitori. ​Fino alla fine.

Buona Pasqua

Roberto De Frede