Analisi tattica Juventus: prestazione solida, risultato episodico. Il confine sottile tra dominio e cattiveria
Nel valutare le ultime uscite della Juventus, è fondamentale separare due piani che spesso vengono sovrapposti: la prestazione e il risultato. Le gare contro Parma e Atalanta raccontano punteggi molto diversi, ma un percorso tattico coerente, riconoscibile e in evidente crescita sotto la guida di Luciano Spalletti.
Contro il Parma la Juventus ha espresso una partita di controllo totale. Dominio territoriale, baricentro alto, ottima fase di non possesso e una riaggressione immediata che ha impedito all’avversario di sviluppare transizioni pulite. Il gol subito nasce da un errore individuale di Cambiaso, non da uno squilibrio strutturale: un episodio isolato all’interno di una prestazione ampiamente positiva.
La gara con l’Atalanta, persa 3-0, va invece letta con maggiore profondità. La squadra di Raffaele Palladino non è una formazione attendista né esclusivamente da ripartenze: è una squadra che accetta il gioco uomo contro uomo, che pressa a tratti e che sa abbassarsi con ordine quando l’avversario alza il ritmo. Quando la Juventus ha attaccato con tanti uomini sopra la linea della palla, concedendo campo alle spalle, l’Atalanta ha dimostrato grande qualità nel difendere basso e ripartire.
Il rigore dell’1-0, causato dal tocco di mano di Bremer, è un episodio fortuito, figlio di una dinamica ravvicinata che il regolamento oggi punisce in modo severo. Da quel momento, però, la partita cambia. La Juventus continua a produrre gioco in fase di possesso, ma l’Atalanta diventa estremamente cinica: il 2-0 e il 3-0 arrivano su transizioni offensive lette e interpretate con lucidità, sfruttando al massimo gli spazi concessi.
Qui va chiarito un concetto chiave: non si tratta di un limite strutturale della Juventus, ma di un rischio consapevole. Difendere a campo aperto, con una squadra corta e aggressiva, espone inevitabilmente a questo tipo di situazioni contro avversari forti nelle letture e nella qualità individuale. Proprio per questo, però, le occasioni create devono essere gestite con maggiore cattiveria sotto porta.
La Juventus crea volume offensivo, occupa bene i mezzi spazi, muove l’avversario e arriva con continuità negli ultimi trenta metri. Ma troppo spesso vive le occasioni con l’idea che “creando tanto, il gol arriverà”. Contro squadre organizzate e ciniche questo approccio non basta: ogni palla gol va vissuta come se fosse l’unica della partita.
I numeri rafforzano questa lettura. Nella gestione Spalletti, la Juventus è andata in svantaggio in sette occasioni: ha ribaltato il risultato solo due volte (contro Cagliari in casa e Bodø/Glimt in Champions), ha pareggiato contro Sporting Lisbona e Lecce, e ha perso contro Napoli, Cagliari e Atalanta. Un dato che evidenzia come, una volta sotto, l’avversario conceda pochissimo e quel poco vada sfruttato con precisione massima.
Le risposte dalla panchina a Bergamo non hanno aiutato a invertire l’inerzia. Koopmeiners non è riuscito a incidere né in fase di possesso né in fase di non possesso, mancando aggressività sull’azione del 3-0, quando l’unica scelta possibile era alzare il rischio. Zhegrova è entrato nel finale senza riuscire a spaccare la partita, mentre Openda non ha trovato continuità né pulizia tecnica nelle poche situazioni avute.
Nota positiva l’ingresso di Boga, all’esordio in maglia bianconera: impatto iniziale brillante, capacità di saltare l’uomo e dare ampiezza. Poi il calo, comprensibile, legato a una condizione fisica non ancora ottimale dopo mesi di inattività. Holm, invece, resta da rivedere: minutaggio troppo ridotto per una valutazione reale.
Un inciso va fatto anche sulla panchina nerazzurra. Dopo l’esperienza poco fortunata di Juric, esonerato nel tentativo di riproporre in modo troppo rigido i principi gasperiniani, l’Atalanta ha scelto Palladino. L’ex Monza ha ripreso quei principi — uomo su uomo, intensità, aggressività — rendendoli però più equilibrati e funzionali, ottenendo risultati migliori e una gestione più lucida dei momenti della partita.
Il quadro complessivo resta comunque incoraggiante per la Juventus. I principi di gioco sono chiari, la struttura nelle due fasi è ormai riconoscibile e la riaggressione è diventata un automatismo. Il salto definitivo passa da un aspetto prima mentale che tattico: trasformare il dominio in colpi definitivi, soprattutto contro avversari che concedono pochissimo.
La crescita della Juventus di Spalletti passa da qui: continuare a comandare il gioco, ma imparare a chiudere le partite quando se ne presenta l’occasione. Perché nel calcio di alto livello non vince chi crea di più, ma chi sbaglia di meno.
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