Il Mondiale è iniziato, l'Italia guarda avanti: perché il ritorno di Mancini ha una logica
Mentre il Mondiale 2026 ha finalmente preso il via, con milioni di tifosi pronti a seguire la competizione più importante del calcio mondiale, in Italia il pensiero corre inevitabilmente al futuro della Nazionale italiana. Gli Azzurri, ancora una volta assenti dalla rassegna iridata, stanno infatti lavorando per individuare il commissario tecnico che dovrà guidare il nuovo corso e riportare l'Italia dove merita di stare.
Tra i nomi che circolano con maggiore insistenza nelle ultime settimane c'è quello di Roberto Mancini. Una candidatura che inizialmente aveva sorpreso molti osservatori, soprattutto perché nell'immaginario collettivo il suo nome resta inevitabilmente associato alla mancata qualificazione al Mondiale 2022 e alla clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord. Una ferita che il calcio italiano non ha ancora completamente rimarginato.
Eppure, se si analizza l'intero percorso e non soltanto il suo epilogo, il ritorno di Mancini potrebbe avere una logica ben precisa.
Quando il tecnico marchigiano accettò la panchina azzurra nel 2018, la Nazionale arrivava dal trauma della mancata qualificazione ai Mondiali di Russia. L'ambiente era depresso, il gruppo aveva perso identità e il movimento sembrava aver smarrito la propria direzione. In pochi anni, però, Mancini riuscì a ricostruire entusiasmo, gioco e credibilità.
Il punto più alto di quel percorso arrivò nell'estate del 2021 con la vittoria degli Europei. Un successo che pochi pronosticavano alla vigilia e che vide l'Italia imporsi addirittura a Wembley contro l'Inghilterra padrona di casa. Una squadra che sapeva giocare a calcio, che aveva un'identità precisa e che riusciva a esprimere un calcio moderno e offensivo.
Non solo. Durante la sua gestione, l'Italia riuscì a stabilire il record mondiale di 37 partite consecutive senza sconfitte, un primato che certificava il lavoro svolto dal commissario tecnico e dal suo staff.
Poi arrivarono quei mesi che cambiarono completamente la percezione del suo operato. I pareggi contro la Svizzera, i due rigori sbagliati da Jorginho nelle gare decisive che avrebbero garantito la qualificazione diretta ai Mondiali e infine la drammatica notte contro la Macedonia del Nord. Sarebbe bastato trasformare uno di quei due rigori per evitare i playoff e probabilmente oggi il giudizio sul ciclo di Mancini sarebbe molto diverso.
C'è però un altro aspetto che spesso viene dimenticato quando si analizza quella Nazionale. Il successo dell'Europeo non fu soltanto il risultato del lavoro di Mancini, ma anche di un gruppo costruito attorno a figure umane straordinarie. Tra queste spiccava Gianluca Vialli, capo delegazione azzurro e amico fraterno del commissario tecnico.
Vialli rappresentava molto più di un dirigente. Era un punto di riferimento per lo spogliatoio, un leader silenzioso capace di trasmettere valori, serenità e appartenenza. Dopo il trionfo europeo, però, il progressivo aggravarsi della sua malattia lo costrinse a sospendere il proprio incarico nel dicembre del 2022, poche settimane prima della sua scomparsa avvenuta il 5 gennaio 2023. Un vuoto umano enorme che, pur non potendo spiegare da solo le difficoltà successive dell'Italia, contribuì certamente a chiudere quel ciclo nato dall'amicizia e dalla visione condivisa tra lui e Mancini.
Dopo la delusione mondiale, Mancini decise di lasciare la Nazionale, attratto anche dalla ricchissima proposta dell'. Un'avventura che però non ha mantenuto le aspettative. I risultati non sono stati quelli sperati e il rapporto con la federazione saudita si è concluso dopo poco più di un anno.
Successivamente il tecnico ha accettato la sfida dell'Al Sadd in Qatar, riuscendo a conquistare il campionato e dimostrando di avere ancora voglia di costruire e vincere.
Ed è proprio il concetto di costruzione che potrebbe aver fatto pendere la bilancia dalla sua parte rispetto ad altri candidati, in particolare Antonio Conte.
Conte rappresenta probabilmente una delle migliori scelte possibili quando si parla di risultati immediati. Lo ha dimostrato alla Juventus, all'Inter e al Napoli, dove ha lavorato per due stagioni. Ma la sua carriera racconta anche una certa difficoltà a sposare progetti di lungo periodo. In Nazionale rimase soltanto due anni prima di trasferirsi al Chelsea.
Mancini, al contrario, ha già dimostrato di saper lavorare su cicli lunghi e soprattutto di avere il coraggio di guardare avanti. Durante il suo primo mandato ha lanciato giovani quando ancora nessuno li considerava pronti. Basti pensare a Nicolò Zaniolo, convocato prima ancora di esordire in Serie A, oppure a Simone Pafundi, chiamato in azzurro giovanissimo per iniziare un percorso di crescita.
In un momento storico in cui il calcio italiano deve ricostruire una generazione competitiva e ritrovare una propria identità, questa capacità potrebbe rivelarsi decisiva.
Per questo motivo il possibile ritorno di Mancini non dovrebbe essere interpretato come una scelta nostalgica. Al contrario, potrebbe rappresentare la volontà della Federazione di affidarsi a un allenatore che conosce già l'ambiente azzurro, che ha già dimostrato di poter vincere e che soprattutto ha mostrato di saper costruire qualcosa che vada oltre il risultato della singola partita.
La Macedonia resterà sempre una ferita aperta. Ma forse non dovrebbe essere l'unico capitolo con cui giudicare l'esperienza di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale italiana.
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