Una Juve priva di certezze in tutti i reparti
Una sconfitta dissennata, sconclusionata, non da Juve. Si può capitombolare su un campo come quello del Sassuolo, come già avvenuto in passato, ma la debacle del Mapei Stadium ha mostrato segnali inconfutabilmente inquietanti, tanto da far scattare subito un allarme rosso vivo in casa bianconera. Lasciando da parte gli alibi, che la Juventus non dovrebbe mai richiamare, e che interpellano le tante assenze di uomini cardine e l’inizio di stagione, ciò che si è visto sul campo ha lasciato amaramente sbigottiti tutti i tifosi. Facile andare a focalizzare il finale irrazionale e follemente colpevole della squadra di Spalletti, ma l’analisi va estesa a tutti i 90 minuti espletati da una Juve a dir poco preoccupante, che non riesce mai uscire da tristi abitudini. La prima frazione ha mostrato la solita compagine senza un briciolo di miglioria: manovra sterile, compassata, lenta, una squadra insufficiente, incapace di prendersi dei rischi, creando duelli vincenti sugli esterni. Un centrocampo da pollaio, senza un briciolo di coraggio, intraprendenza e robustezza, tanto che si sono notati 3-4 scatti a vuoto, in profondità, di Nico Gonzalez, mai servito sulla corsa; con l’argentino giustamente a sbuffare. I segnali apparivano evidenti, perché le ripartenze dei neroverdi qualche apprensione l’avevano già creata, poi nella ripresa lo sfacelo reale e toccante. All’intervallo appariva normale carpire la totale necessità di fare molto di più, se si volevano portare a casa i tre punti, poi il disastro.
Un secondo tempo horrorifico, imperniato su abbagli, malintesi, errori grossolani, imprecisioni, sbilanciamenti e incapacità di leggere l’andamento della gara, con le marcature preventive dimenticate nei borsoni. Una Juve inguardabile, capace di andare sotto ben due volte e quasi salvata da uno Zhegrova che ha fatto di tutto per cercare almeno un risultato da pari. Tre reti beccate con errori imperdonabili, uno peggio dell’altro, con il terzo gol subito allo scadere del recupero, con un atteggiamento che nemmeno in terza categoria ci si può permettere, figuriamoci in serie A. Inutile la scusante di Spalletti nel post gara, che si è accollato le colpe dello squilibrio sul parto verde, perché si voleva vincerla. Gli ultimi 20 minuti della partita hanno visto una compagine, fredda, lucida, razionale che sapeva cosa fare, abbassando a proprio volere i ritmi per poi ripartire, ovvero il Sassuolo, dall’altra parte invece faceva pessima mostra di se una Juve armata brancaleone, capace solo di spingere sull’acceleratore, senza raziocinio, in una sorta di affanno disperato per cercare di sovvertire gli eventi: una frenesia scriteriata che ha cancellato gli equilibri e ha punito durissimamente la Vecchia Signora. Una Juventus solo in grado di svolgere il compitino, in maniera banale, senza mai riuscire a dare una scossa al match, una squadra totalmente inadeguata, inabile ad inventare qualcosa per risultare ficcante e precisa in zona gol. Una sconfitta malinconica, da cuore sprofondato nelle tenebre, che ha messo in vetrina una Madama priva di alcuna certezza in tutti i reparti: questa la cosa più avvilente e mortificante di una Juve che, in teoria, dovrebbe essere cresciuta rispetto al disastroso anno passato. Contro gli emiliani non si è visto nulla di positivo, a parte l’entusiasmo e le capacità funamboliche e realizzative di Edon Zhegrova, per il resto buio totale. Quando il Mister si porta a casa, come segnale positivo, la voglia di vincerla sul finale, le immagini impietosamente ci rimandano, in loop, il gol di Adzic al 93’, assurto, ormai, a monumento della disorganizzazione mentale e della follia tattica di una Vecchia Signora illogica e squilibrata in campo, incapace di mantenere un filo di stabilità nel mantenimento delle posizioni. Qualcuno, dopo le prime tre gare, aveva azzardato nel definire la Juve come una squadra con la certezza di una fase difensiva rocciosa, ebbene la sconfitta di domenica ha mostrato esattamente il contrario, riportando sulla terra chi tentava di filosofeggiare, radendo al suolo alcuni giudizi sin troppo luccicanti.
Difesa Il reparto arretrato è parso disorganico e privo di letture sagaci che permettono di salvarsi in certe occasioni. Ma ciò che desta preoccupazione è la scarsa forma degli interpreti, Kalulu arranca ed è molto al di sotto rispetto agli standard della scorsa stagione, Bremer appare troppo leggero, senza la cattiveria giusta nelle chiusure, Lucumì, per l’ennesima volta si è fatto ammonire, due gialli consecutivi in due sfide, tanto da essere sostituito. Il colombiano sembra essersi adagiato al nefasto clima generale, appoggiando sempre al compagno vicino, senza tentare cambi di campo e lanci che ha nel suo sinistro. Nico Gonzalez ha provato a suggerire l’inserimento più volte, ma niente, non è accaduto nulla. Celik, sempre positivo sino a domenica, è stato risucchiato nel vortice di assurdità generale, non rilasciando segnali concreti. Un reparto difensivo demoralizzante che dovrà al più presto provare a ritrovare smalto, pezze d’appoggio e letture intelligenti, altrimenti si farà davvero ardua. Con Gatti che attende il suo turno.
Centrocampo D. Luiz e Koopmeiners sono lenti, macchinosi, slabbrati, poco reattivi, e inevitabilmente il duo si è fatto travolgere come una barchetta di giornale in mezzo a flutti poderosi. L’olandese, pessimo, ha avuto anche un’occasione dal limite nel primo tempo, scegliendo una conclusione di piatto innocua che rappresenta uno dei simboli negativi della serata. Spalletti, stante le lunghissime assenze di Thuram e Locatelli, dovrà inventarsi qualcosa di peso e di nerbo lì in mediana, perché un centrocampo di burro, fiacco, mai propositivo e senza caratteristiche da incontristi, diventa un problema insormontabile. Il mercato, che avrebbe dovuto apportare qualità in quella zona di campo, ha messo solo un rattoppo e nemmeno di lignaggio pregiato, almeno sino ad ora.
Attacco La crisi di Kolo Muani appare reale e conclamata. Il francese sa giocare a calcio, un paio di giocate delle sue le ha fatte, ma il numero 9 non conclude mai a rete, e da un centravanti di Madama ci si attende ben altre gesta. Non viene messo nelle condizioni dai compagni? E’ in un momento scadente di forma? Il modulo e la costruzione non lo avvantaggiano? Tutto può essere, quindi la palla passa a Mister Spalletti, ma del Kolo Muani che ricordavamo nella sua prima esperienza in maglia bianconera, al momento nulla è pervenuto. Woltemade ha tentato un colpo di testa a lato e una girata, insomma niente di particolarmente palpabile e lì davanti il problema del gol va risolto, al più presto. Anche con l’aiuto degli esterni che oltre a cercare di creare sfrecciante superiorità numerica per fabbricare assist nel mezzo, devono battere a rete, molto meglio, e più spesso. L’idealità sarebbero gli inserimenti profondi dei centrocampisti, ma la linea mediana, ahinoi, la conosciamo.
Mister Spalletti Gli inglesi dicono "last but not least" in questi casi, ovvero guai a pensare di lasciar fuori dalle pesanti responsabilità l’allenatore. Da lui devono arrivare le soluzioni vere, quelle osservabili sul campo, servono i fatti, le parole diventano il nulla cosmico subito dopo averle pronunciate. Da Luciano Spalletti tutti si aspettano colpi di genio e capacità di risolvere le situazioni, e ci mancherebbe non fosse così: lui deve incarnare il demiurgo capace di cambiare, plasmare, sovvertire e modificare ciò che non funziona. Il momento è tutt’altro che facile, ma dal Mister tutti i tifosi pretendono principi netti, in grado di ricreare delle certezze da instillare ai propri giocatori, in tutti i settori del campo.
Siamo solo a metà settembre ma così non si va da nessuna parte e le responsabilità, ovviamente, non tralasciano nessuno, partendo dalla proprietà, giungendo alla dirigenza, i vari staff e ovviamente gli interpreti sul campo e chi li guida giornalmente. Il tempo preme, la campanella è suonata per tutti.
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